Il mio rapporto con l’insegnamento

Quale titolo ho per insegnare?

Formalmente nessuno: ho sempre usato il verbo insegnare, ma non ho mai associato a me stesso il titolo di insegnante, docente o maestro, come in alcuni casi sono stato chiamato, rispetto all’accezione di élite, che la musica associa soprattutto a quest’ultimo.
Non ho un diploma o una laurea al Conservatorio, non ho lauree esterne all’ambito musicale, nè titoli conseguiti in scuole o istituti stranieri. Solo un diploma in Telecomunicazioni dell’Istituto Tecnico industriale Aldini-Valeriani: di cui sono orgoglioso, non per la specializzazione, ma per ciò che quella scuola ha rappresentato nella mia vita.

Questa caratteristica mi esclude dal poter insegnare musica correttamente, coerentemente e con competenza?

Non credo, così come non ho mai creduto che i titoli fossero sufficienti per valutare proprietà e risorse. Nel riflettere su questa affermazione, che potrebbe accogliere senza denigrarli o disconoscerli: non vorrei essere frainteso, nè vorrei passare per alternativo o frustrato dal mio percorso, privo di riconoscimenti istituzionali.
Ottenere titoli è importante, dedicarsi ad essi al massimo delle proprie possibilità lo è altrettanto, se quanto richiesto per ottenerli è coerente con ciò che cerchiamo.

Purtroppo sono parte di una generazione musicale diffusamente cresciuta con lo stereotipo che non vi fossero percorsi di studio nei quali identificare la propria anima musicale, e non ho mai assecondato l’idea che dovessi ottenere diplomi o attestati, per giustificare il mio valore… con tutti i limiti che questa posizione pone, e che ho compreso nel tempo, evolvendo e rivalutando la presunzione dell’adolescenza.

Paradossalmente ho compreso coscientemente, pochi anni fa, uno degli elementi portanti per tutte le scelte che nel tempo ho fatto: mi sono immaginato chitarrista, per poi scoprirmi tecnico audio, innamorarmi dello studio di registrazione, scegliere l’insegnamento e riconoscermi nella plasmazione del pensiero emotivo, come sfumatura trasversale dell’arrangiamento musicale.

L’unica possibilità per tracciare una linea di coerenza è analizzando il passato: mai avrei potuto farlo però, ipotizzando il futuro.

Conosco i miei limiti, ho imparato nel tempo a non viverli con imbarazzo, e propongo la mia prospettiva artistica più profonda, analitica e dedicata alla persona, perché la musica possa essere un mezzo, non un fine.
La musica è un mezzo, non un fine: penso che il fine, nell’arte, sia sempre la persona e il percorso che essa crea, attraverso l’arte.

Ai miei studenti, se così posso identificarli, non applico classificazioni di valore in base a capacità, doti e attitudini: il mio fulcro è dedicato allo sviluppo della dignità che possono imparare ad associare a sè stessi, attraverso la musica.

Di questa dignità sono un orgoglioso sostenitore, indipendentente dai risultati o dall’eccellenza cognitiva ed esecutiva, che per ognuno è differente ed assume infinite forme, anche solo dal punto di vista stilistico.

La musica racconta la vita, e la vita di ognuno ha dignità e valore.
Curo contenuti, forma, cultura, dialogo, storia, nomenclature, regole… secondo l’equilibrio in cui credo.

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